Se apprezzate gli articoli del blog ma non siete informatici è perché l’informatica non è solo di tecnici e sistemisti. La definizione di informatica che ho letto su Internet dice che, come materia, essa si occupa di studiare l’elaborazione delle informazioni e le sue applicazioni pratiche. Sono davvero tante le questioni che possono essere riconsiderate sotto questo punto di vista, ovvero quello dell’informazione. D’altronde, l’informatica si occupa di rappresentare, organizzare e gestire dati di qualsiasi natura; che sia una disciplina scientifica o che venga sviluppata tramite dei calcolatori, spesso non interessa nemmeno a me.
Quella che segue è la trascrizione di un’intervista che ho fatto a Cage. Per farla, Cage mi ha fatto usare solo software open-source: dalla videochiamata alla trascrizione in locale usando Whisper. Ho voluto intervistare Cage perché lo considero un intellettuale interessante e interessato alle stesse cose che colpiscono me. Anche se ci siamo conosciuti per piacere, in uno di quelli che alcuni chiamerebbero terzo luogo, lascerò a lui il compito di presentarsi. Cage è un mio amico, e mi sono permesso di anteporre delle introduzioni alle domande, che credo che egli possa condividere. Conoscendolo, Cage dirà a prescindere quello che pensa.
Computer, videogiochi e scienza
Io: Cage, ti va di presentarti?
Cage: Se proprio vogliamo ridurre all’essenziale ciò che mi è sempre piaciuto fare con i computer, sin da quando ho iniziato ad avere a che fare con queste macchine, è programmare i videogiochi. Sembrerà banale, forse un po’ infantile, perché è una passione che nasce dalla mia infanzia, ma programmare i videogiochi è sempre stata la mia passione e mi ha sempre portato il maggior piacere. Quando ho cominciato a imparare a rapportarmi con i computer e le macchine in termini di strumenti per esprimere le mie idee, ho sempre pensato che le mie idee dovessero concretizzarsi in un videogioco. È una cosa che ho continuato a fare fino ad adesso e sono passati diversi decenni.
Cage: Io ho una definizione molto precisa su cosa è scienza e su cosa non lo è. Non dico che i confini tra i due gruppi di discipline siano sfumati, tutt’altro. Però non ho mai visto questo confine come qualcosa che separa, ma casomai, ho pensato a questo confine come qualcosa che è necessario attraversare, in un senso e nell’altro. Magari facendo un po’ l’equilibrista, come su di una fune sospesa. Quindi non ho mai trovato nessuna difficoltà a passare da discipline scientifiche a quelle umanistiche Questo mi ha portato in effetti a esplorare una serie di questioni, per fortuna quasi mai da solo, quasi sempre insieme agli altri. Ho sempre cercato, l’interdisciplinarietà, che è qualcosa di naturale, di inevitabile.
Cage: Chi sono? Sono qualcuno a cui piace programmare e usare i computer in un senso molto molto ampio.
Usare e ostacolare il software libero
Io: Sviluppi e cerchi di usare solo software libero, accessibile da tutti, fra cui quelle aziende che cercano di ostacolare la sua diffusione. Il paradosso è che queste aziende usano il software libero per guadagnare dai dati dei propri utenti. Qualche anno fa, un colosso mondiale di internet, che può contare sui migliori programmatori al mondo, ha chiesto a te di sistemare del codice di una libreria a cui hai lavorato. Una simile ingordigia sarebbe giustificata da uno scenario altamente competitivo, ma stiamo parlando di un’azienda che detiene il monopolio, sia nel mercato dei motori di ricerca che in quello della pubblicità online.
Io: In uno scenario culturale ed economico simile, perché è da anni che continui incessantemente a scrivere codice open-source?
Cage: Sono tre i motivi per cui continuo:
Cage: Il primo è il piacere di scrivere il codice, che personalmente ritengo una condizione sufficiente. È una gioia scrivere codice e vedere che gli altri ti aiutano a svilupparlo o (probabilmente) lo usano. Sento che è una scelta sia ideologica che pragmatica, secondo me le cose che funzionano meglio.
Cage: Il secondo motivo è che lo faccio perché il software libero mi ha anche permesso banalmente di trovare un lavoro (Anche se il lavoro è una cosa già sbagliata di suo). Quanto meno mi permette di fare un lavoro non troppo stressante o faticoso, e per nulla frustrante. In qualche modo mi sento in debito verso le persone che hanno ceduto il codice liberamente.
Cage: Il terzo motivo è il piacere che sento nel poter rispondere a questo tipo di dono. Ovviamente rapportando alla scala, perché saranno pochissime le persone ad usare il codice che scrivo.
Forse il codice di Cage gira su qualche satellite
Cage: Tra queste c’é la famosa ditta pubblicitaria di cui parlavi. Io non trovo una contraddizione terribile nel fatto che una ditta, che possiede dei satelliti in giro nello spazio, chieda a me di aggiustare una libreria. Quando ho deciso che il codice era libero, ho deciso che il codice era libero per tutti, indipendentemente dall’utilizzo, anche per scopi che non condivido. Lasciami dire che non solo non ho collaborato con il “nemico”, ma trovo molto peggio utilizzare gli strumenti che queste ditte mettono a disposizione alle persone per catturare i loro dati e rivenderli al miglior offerente, che collaborare (se pur non alla pari) in maniera pragmatica a del codice.
Un atteggiamento pragmatico
Cage: Vorrei citare una persona, credo fosse Stallman, che diceva che rispetto alle grandi corporazioni dobbiamo avere un atteggiamento pragmatico. Cioè, che dobbiamo collaborare quando ci sono delle cose che sembrano utili e criticarle quando fanno delle cose che riteniamo dannose per singoli individui o per la società intera, cosa che a mio avviso fanno. Quanto me lo hanno chiesto, mi sono preoccupato soltanto per un attimo e arrabbiato forse per 10 secondi, perché sento l’asimmetria. C’è un’estrema differenza di potere tra me e una multinazionale. Non ho trovato questa scelta contraddittoria rispetto alle mie idee, non è dannosa per nessuno, e quindi non è stata troppo difficile da accettare. Lo rifarei se dovvesse ricapitare, anche se mi sembra difficile che succeda di nuovo.
Messaggistica istantanea e pigrizia intellettuale
Io: faccio parte della cosiddetta Generazione Z e sono cresciuto messaggiando. Trovo che poter essere reperiti rapidamente tramite la messaggistica istantanea sia una prerogativa dei nostri tempi, e non vedo come questo trend possa cambiare in futuro. Pur essendo arrivato dopo protocolli come XMPP e IRC, la società ha finito per adottare e diffondere WhatsApp, che inizialmente era persino a pagamento. In questi anni, diverse istituzioni – più o meno pubbliche – hanno impostato i propri canali di comunicazione non solo affidandosi genericamente alla messaggistica istantanea, ma nello specifico proprio a WhatsApp. Non solo per anni abbiamo scelto il protocollo sbagliato, ma abbiamo adottato anche una delle peggiori implementazioni possibili. Mi riferisco a chat scolastiche, accademiche e universitarie che potrebbero essere tranquillamente sostituite, per esempio, da semplici mailing list. E probabilmente gli esempi non mancano nemmeno nel mondo del lavoro.
Io: Dato che in tutti questi anni non hai mai avuto un account WhatsApp, quali consigli sociali e comunicativi daresti a una persona che vuole restarne fuori?
Cage: Questa è una domanda veramente difficile. In Chimica, forse anche in Fisica, c’è un principio che dice che viene scelto preferenzialmente il percorso di minima energia, cioè il percorso che ha meno ostacoli. Questa è la leva su cui fanno forza tutte le ditte che lavorano per una chiusura dell’informazione.
Cage: Io penso che una quota non trascurabile delle persone abbia scelto Whatsapp o altri simili sistemi di messaggistica in maniera inconsapevole, più che altro, perché era il metodo più semplice per parlare con le altre persone. Questo è un meccanismo che si autoalimenta, perché più persone fanno così, più persone sono sulla piattaforma, più è semplice scegliere quella piattaforma. Quindi non mi sento proprio di dare consigli tecnici.
Cage: Consiglierei soltato di cercare di vincere questa pigrizia intellettuale, e di non pensare di essersi chiusi fuori dal giro dove ci sono le persone, ma pensare piuttosto che gli altri si siano chiusi dentro. Cosa che si scopre essere vera, una volta che vedi le cose dall’esterno, perché si riescono a vedere cose che non si vedono dall’interno. Questo già in sé è una cosa bella, e se non si sceglie la via più comoda, sicuramente si possono fare delle scoperte interessanti, o fare delle esperienze che non si farebbero altrimenti.
Danno e valenza politica
Cage: In ogni caso, ci tengo a precisare che sono antiproibizionista e non dico alle persone cosa devono usare. Tuttavia se mi si chiede se è vero che scegliere uno strumento tecnologico di questo tipo abbia oggi una valenza politica, io risponderei di sì. E se mi si chiedesse se penso che possa essere politicamente dannoso, concedere un potere a queste multinazionali, la mia risposta sarebbe inevitabilmente sì. Basti pensare all’evento dell’inconorazione di Trump. In quella stanza, c’erano quelle ditte portate lì dal contributo dei propri utenti, i cosiddetti utenti delle social media commerciali.
Cage: Scegliere degli strumenti alternativi non è una decisione monastica o religiosa, è una decisione puramente pragmatica. Chi pensa che concedere informazioni su di sé a una qualche entità economica o politica, non significhi dare del potere a queste entità, non ha capito niente della politica.
Gemini e XMPP
Io: C’è qualche tecnologia o protocollo che vorresti venisse usato di più da te o dagli altri?
Cage: Una marea! Io chiaramente sono un sostenitore entusiasta di Gemini, anche se rimarrà sempre un protocollo di nicchia. Dopo la pandemia, sentivo che l’abbrivio che aveva avuto dal 2019 al 2022, sembrava essersi spento. Invece vedo che il numero di server continua a crescere, seppur più lentamente. Mi piacerebbe che un browser, magari Firefox, lo implementasse. Sarebbe un grandissimo favore che farebbe a tutti, oltre che a esso stesso.
Cage: L’altro protocollo che mi piacerebbe si utilizzasse di più è XMPP, che è il papà di WhatsApp. XMPP è un protocollo un po’ disgraziato, che ha avuto successo e non se ne sono accorti. È stato così bravo a creare prodotti di successo da essersi nascosto all’ombra di quello che ha creato.
Cage: Preferirei che si usasse meno JavaScript se possibile, ma quello è un altro discorso, non è un protocollo, tecnicamente.
Tempo libero, piattaforme e attenzione
Io: Le persone con cui sono cresciuto non hanno mai manifestato un interesse naturale per la lettura, che raramente è stata un mezzo spontaneo di svago: scegliere e leggere un libro richiede sforzo. Con l’avvento di immagini e reel, molti preferiscono trascorrere il tempo libero su piattaforme che scelgono cosa farti guardare. È facile incolpare la tecnologia, ma dimentichiamo che già i nostri genitori pagavano per guardare la TV. Oggi milioni di utenti fanno anche da creator e lavorano per catturare la nostra attenzione. Oltre la piattaforma in sé, sembra essere l’uso che ne facciamo il vero problema.
Io: In questo contesto, che strada stanno prendendo la qualità del materiale consultabile e le preferenze dell’utente?
Cage: Questa è una bella domanda e non so se ho la risposta, perché non sono in grado di fare previsioni. È ragionevole pensare che se le piattaforme abbiano interesse esclusivamente a catturare l’attenzione delle persone che stanno davanti agli schermi, verranno inevitabilmente premiati e verranno prodotti quei contenuti che rispondono a questo requisito.
Twitch come la televisione degli anni 80
Cage: È inevitabile, come una pressione evoluzionistica, che sopravvive il più adatto. Il più adatto è quel prodotto, quel contenuto che maggiormente attira l’attenzione delle persone. Come dicevi, non c’è nulla di nuovo, anche nella televisione che vive di pubblicità. Ha esattamente lo stesso scopo e predilige di fatto questo tipo di contenuti. Da questo punto di vista, vedo una grande continuità tra le televisioni degli anni 80 e Twitch o Youtube del 2020. La differenza è la quantità enorme, che era nulla al tempo delle televisioni terrestri, di dati che vengono sifonati dall’utente verso la piattaforma. Nelle televisioni questa cosa è sostanzialmente inesistente. Per sapere quante persone vedevano quel programma, c’era Auditel, ma operava solo su un campione statistico di persone, che doveva indicare di star guardando quel programma. A fine anno, non potendo ricevere denaro, i telespettatori potevano scegliere dei regali da un catalogo.
Cage: Noi non abbiamo nemmeno questo. D’altronde, c’è qualcuno che dice che noi dovremmo essere pagati per i dati che abbiamo. Questa per me è una soluzione da liberale della faccenda e da scambio economico. Non capisco, chi diche che “sì è vero noi siamo fregati, ma quanto meno dateci dei soldi”. È qualcosa tra liberare il cattolico, cioè tra il contratto e l’elemosina. Non so, è come scegliere di che morte vuoi morire.
È tutta pubblicità
Cage: Anche se a volte guardo YouTube per alcuni tipi di contenuti, per me è tutta pubblicità. Neanche per un attimo mi sfiora il pensiero che quello che sto guardando sia informazione, sia per la qualità di quello che vedo, sia per l’incapacità di una quota consistente dei creator, soprattutto perché una buona fetta di questi contenuti è sponsorizzato. Io non posso più fidarmi nel momento in cui sei sponsorizzato, tu persona che veicoli delle informazioni attraverso internet, perché sei in palese conflitto di interesse. Non credo che tu parlerai mai male delle cose che sponsorizzi, anche dopo che ti hanno sponsorizzato, perché non ti chiamerebbero più se dovessi parlarne male anche dopo averti pagato. Quindi io guardo queste cose come se guardassi la pubblicità, anche se possono essere divertenti.
Cage: Ho il terrore delle persone che non leggono i libri e pensano di informarsi attraverso la rete perché inevitabilmente saranno vittime di una qualunque forma di propaganda. Non per cattiveria, ma perché la pubblicità è il principio su cui si basano questo tipo di strumenti, i social media commerciali.
Io: Sì, che poi se posso fare una piccola parentesi è una pubblicità o nei confronti di altre aziende o nei confronti della propria liberà attività, di fatto.
Cage: C’è una grossa differenza con l’internet quasi interamente autogestito, in cui la piattaforma aveva come unico scopo quello di fornirti l’infrastruttura tecnologica (Ad esempio Geocities). Adesso per le piattaforme, è incidentale fornirti lo spazio per veicolare il tuo contenuto, perché l’intera infrastruttura serve a prendere dati dagli utenti.
LLM, neutralità e costi complessivi
Io: “Funziona” è il titolo di un articolo sul tuo gemlog in cui analizzi cosa significhi, per un processo, “funzionare”. Di recente ho visto diversi utenti usare gli LLM per fare ingegneria inversa su blob proprietari: il software che ne risulta, per quanto di mediocre qualità, fa il suo dovere. Quando si tratta di processori, architetture o componenti non più supportati dai produttori, il margine di scelta è minimo: un hardware che risponde ai comandi grazie a del codice generato da un’IA è sempre meglio di un pezzo di silicio inutilizzabile. Mi riferisco a driver o firmware che permetterebbero di recuperare l’hardware o di usarlo in totale libertà. Da questo punto di vista, gli LLM – persino quelli proprietari – potrebbero democratizzare l’uso di chip che altrimenti resterebbero bloccati dietro barriere tecniche insormontabili.
Io: Ti chiedo quindi: è meglio far girare una vecchia versione di Windows non più supportata o far rivivere quell’hardware su Linux grazie a un driver vibe-coded?
Cage: Una delle cose di cui sono più convinto, è l’affermazione che la tecnologia non sia neutra. Ho letto in un libro scritto da Heisenberg che la tecnologia è portatrice dell’ideologia di chi l’ha prodotta.
Cage: Questo è inevitabile, è intrinseco, secondo me, al concetto di tecnologia, che è differente dalla scienza. Io faccio una distinzione tra scienza “pura” e scienza applicata, che poi è la tecnologia. Sia la scienza che la tecnologia sono infiltrate da altri tipi di ideologie, economiche, politiche… E per scienza pura non intendo una scienza libera da questo tipo di condizionamenti, perché esiste all’interno della società e la società la influenza. La scienza applicata è l’applicazione dei principi scientifici alla produzione di uno strumento, uno strumento che non è neutro. La tecnologia però ha una caratteristica bellissima, ovvero che è estremamente malleabile. Lo strumento più malleabile ce l’abbiamo di fronte, il computer, che è una macchina di computazione universale (fatti salvi i limiti hardware). Quello che mi chiedo è: dal punto di vista tecnologico ci siamo,
Cage: Se mi dici che siamo riusciti ad ottenere un risultato che ci convince tramite l’uso degli LLM, per me va benissimo. Bisogna vedere però quale sia il costo complessivo cui la società si è fatta carico, per ottenere il risultato che abbiamo ottenuto. Perché è troppo facile dire “sì, questa volta funziona e sono contento”.
Cage: Abbiamo fatto un ragionamento complessivo su quanto costi utilizzare questi strumenti, non soltanto in termini energetici, ma anche in termini politici, di equilibri sociali, etc…?. Quindi facciamo un conto economico e valutiamo se è il caso di continuare ad utilizzarli, poi ognuno sceglierà per sé.
Cage: Se tu non scrivi il codice ma lo controlli bene, al meglio delle tue capacità, non c’è differenza nel risultato finale. Probabilmente il tuo processo è molto più noioso e perdi un sacco del piacere di programmare. Io non ci riuscirei e non so quanto si possa imparare controllando il codice scritto dall’intelligenza artificiale, ma non l’ho mai fatto e non posso dire nulla a riguardo.
Cage: Ma se usi l’intelligenza artificiale, sia per scrivere il codice che per farglielo correggere, stai facendo una cosa da irresponsabili. Stai usando una scatola nera per ottenere un’altra scatola nera. Stai mettendo in giro delle cose che non sai cosa siano, fondamentalmente. Hai fatto scrivere a 10 milioni di scimmie il tuo codice e stai dicendo che è il caso che noi lo usiamo. Io non sono d’accordo in questo caso.
Diritto d’autore e democrazia informatica
Io: Dopo aver diffuso i suoi algoritmi di crittografia, qualche anno prima che io nascessi, Zimmermann fu incriminato dal governo americano per ‘esportazione di armi senza apposita licenza’. Trent’anni dopo, OpenPGP è diventato lo standard di comunicazione sicura. Mi sembra di capire che, per sviluppare software, l’accesso a compilatori liberi non fosse poi così facile prima del 1987, mentre manuali e documentazioni sono diventati davvero accessibili dieci anni dopo, grazie alla diffusione di internet.
Io: In una tua visione ideale, in cui limitazioni giuridiche, accordi, licenze e ideologie economiche smettessero di ostacolare l’attuale potenziale informatico, quanto e come pensi che migliorerebbero la democratizzazione dell’informazione o, più in generale, la condizione umana, se usassimo bene soltanto le tecnologie che abbiamo già?
Cage: Io sono contrario a quasi ogni forma di diritto d’autore e a ogni forma di diritto di copia, tranne i diritti morali, quelli mi sembrano ragionevoli. Come compromesso, sarei per un copyright che durasse molto meno rispetto a quanto, per esempio, dura in Italia, uno dei paesi che ha aderito alla convenzione di Berna. Credo che il copyright si estenda a 70 anni dopo la morte dell’autore ed è una cosa improponibile; più simile ai brevetti, cioè a una forma di monopolio che lo stato concede agli autori della procedura. Il copyright di fatto, per come è adesso, non fa altro che istituire monopoli.
Copyright come ostacolo alla conoscenza
Cage: Come diceva qualcuno, noi al massimo possiamo essere nani sulle spalle dei giganti. Non esiste nessuno che non abbia costruito a partire da quello che è stato fatto precedentemente. Bloccare questo meccanismo significa bloccare la ricerca della conoscenza, e penso che se esiste un destino per l’umanità, è essere quello di accrescerla. Non ne vedo altri, francamente. Qualunque limitazione a questo tipo di processo, per me, è un ostacolo che non fa altro che creare delle dighe che conducono all’accentramento del potere su pochi alle spalle di molti.
Cage: Non nego che l’attuale sistema, basato sul diritto d’autore, copyright e brevetti, abbia sicuramente portato a un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita per l’intero genere umano, nonostante le differenze sostanziali che abbiamo tutti sotto gli occhi: Nord del mondo e Sud del mondo, ricchi e poveri. C’è stato un avanzamento e credo che le cose andranno a migliorare. Ma sicuramente tutto questo è successo nonostante questo tipo di limitazioni, non perché queste limitazioni sono state poste. Quantomeno attualmente, queste limitazioni sono talmente alte da formare un ostacolo allo sviluppo e al progresso dell’umanità. Se fossi io a dover scegliere, le abolirei instantaneamente, ma riconosco che, in un certo periodo della storia, hanno avuto degli oggettivi effettivi positivi sull’intera umanità. L’aspettativa di vita è cresciuta enormemente, negli ultimi cent’anni.
Cage: Una volta sono andato a vedere una mostra in cui, facevano vedere le tecniche di medicina del passato. Fino a forse neanche cent’anni fa c’era da mettersi le mani nei capelli, tra sanguisughe, placche al piombo, mercurio utilizzato come disinfettante, candeggine utilizzato per curare le ferite. C’era da piangere. Indubbiamente, per noi erano dei macellai quelli che applicavano queste tecniche, però dal loro punto di vista era tutto sensato, perché non c’era di meglio. È stato il copyright che ha aiutato tutto questo? Forse e parzialmente, ma sicuramente in questo periodo storico è un ostacolo.
Io: Se posso riproporti un pezzo della domanda, come migliorerebbe la democratizzazione dell’informazione in una tua visione ideale, senza limitazioni giuridiche, accordi, licenze e ideologie economiche?
Cage: Qualunque informazione, che non sia chiacchericcio e che circola liberamente, produce un’altra informazione, questo è il mio punto di partenza. Come una volta ho letto, più software si libera, più software libero si ottiene. Viceversa, più software si chiude, meno software libero si ottiene. L’ho letto da qualche parte ma non ricordo dove, purtroppo.
